Praticare la gentilezza, sempre

Praticare la gentilezza, sempre

Pensare, interiorizzare, non dare giudizi affrettati, educare all’informazione e a come conoscere e sviluppare un pensiero critico. Avere coscienza delle lacune dell’informazione. Esprimere opinioni moderate, senza sentirsi in obbligo di doversi schierare. Ma anche promuovere una buona educazione, che renda le opinioni costruttive e non il rilancio di informazioni parziali, premendo per un sistema educativo più aperto al dibattito e a momenti di confronto. E, soprattutto, praticare la gentilezza, sempre.
È quanto emerse dai quattro tavoli di confronto che, sabato 2 aprile, hanno animato il World Café promosso da Progettomondo nello spazio Habitat Ottantatre di via Mantovana, a Verona, sul tema “La Pace è il cambiamento”.
I partecipanti si sono trovati a parlare del ruolo dell’educazione, della gestione di comunicazione e informazione, di fenomeni migratori e di come agire per il cambiamento e contribuire a costruire comunità accoglienti e tolleranti.
“L’invasione dell’Ucraina ci sprona a riflettere sui conflitti, su come gestirli”, dice il presidente di Progettomondo, Mario Mancini. “L’accoglienza, il rifiuto al razzismo, sono segnali concreti verso la convivenza pacifica. La guerra non è solo quella sparata e lanciata con i cannoni, ma anche quella che coltiviamo con comportamenti ostili verso altri esseri umani.
Per questo è importante far sentire la nostra voce ai decisori politici, prendendo posizioni collettive. L’incremento delle spese per la guerra è in contrasto con l’idea di pace che parte dal concetto di un disarmo culturale, politico, identitario, oltre che militare. Siamo un solo pianeta e corresponsabili di ciò che accada in qualsiasi posto di questo mondo”.
Diventare cambiamento di fronte a conflitti internazionali, oggi come oggi significa anche accettare che la paura possa non generare violenza. Questa è quella che il formatore, Stefano Pratesi, ha individuato come “la vera sfida” a conclusione dei tavoli di confronto.
“Ci possiamo girare intorno quanto vogliamo, ma il conflitto esiste, e da questo dato di fatto non si scampa”, ha chiarito l’esperto in gestione dei conflitti e diritti umani. “Essere consapevoli di questo ci sprona a tenerne conto nell’approccio educativo, lavorando per depotenziarlo, poiché il conflitto genera paura e la paura, a sua volta, quasi sempre è portatrice di violenza, anche solo nell’affermare la propria posizione”.
Persino in uno stato di paura, dettato dalla necessità o altro, è però possibile non finire in uno stato di violenza. Come farlo rientra in un percorso complesso, che spinge oggi più che mai a essere soggetti di cambiamento, fuggendo prima di tutto da quell’infodemia che porta a un sovraccarico di informazioni non vagliate, che prolificano e generano dati non sempre plurali.
“Un metodo è quello di seguire una linea, gestendo la differenza senza cadere nella trappola della posizione unica”, insiste Pratesi. “Andrebbe scelta una procedura per far sì che il cambiamento sia reale, per essere in grado di gestire la libertà di espressione da un lato e i principi fondanti in cui crediamo dall’altro. Bisogna riappropriarsi degli spazi pubblici, agendo nel confronto con gli altri e rispondendo al caos con la complessità”.
Parola chiave è la “disomogeneità”.
Conclude il formatore: “Essere disomogenei significa gestire le differenze. Non significa essere fuori dal coro ma essere consapevoli di trovarsi in uno spazio condiviso, pieno di differenze. In generale la differenza non è un valore, è incomunicabilità. Se si trova però l’ibrido che fa da collante allora sì che si raggiunge un valore reale”.

 

 

Ascolta l’intervista a Radiopace