Nel carcere di Rabat, dalla rabbia alla fiducia.

Nel carcere di Rabat, dalla rabbia alla fiducia.

Stabilimento per detenuti minori di Rabat – Arjat, in Marocco. Il carcere, inevitabilmente claustrofobico, è dipinto di vari colori, con due grandi murales all’ingresso, due campetti da calcio nel cortile interno, molti laboratori e persino un’officina per far pratica come meccanici o parrucchieri.

Il direttore, un uomo alto sempre in giacca e cravatta, si è mostrato subito entusiasta quando gli abbiamo proposto di sperimentare un percorso educativo su trenta detenuti minori del suo stabilimento. È stato il primo a dire che bisogna fare qualcosa di più per questi ragazzi, che non possono restare tutto il giorno nelle loro celle, che bisogna che imparino un mestiere, che seguano dei corsi. Non importa quali, ciò che conta è spingere la loro immaginazione al di fuori non solo di quelle quattro mura, ma soprattutto del loro ambiente quotidiano. Infatti il rischio di recidiva è uno dei principali problemi del sistema carcerario marocchino.

Il percorso educativo è stato concepito da Progettomondo.mlal, come risultato di un’esperienza quasi ventennale nel Paese e propone 12 sessioni di giochi e attività ai detenuti minori per parlare delle loro vite, per far emergere le loro aspirazioni e soprattutto per far scoprire, a sé stessi e agli altri, le potenzialità che hanno.

Trenta ragazzi dai 14 ai 17 anni ascoltano in cerchio, incuriositi o annoiati, l’animatore dell’associazione locale coinvolta. Sono ragazzi come tanti, scalmanati, irruenti, come quasi tutti a quell’età. Alcuni di loro hanno una malinconia che poco si addice alla loro statura. C’è chi è triste perché non ha ricevuto visita dai genitori, e quindi non apre bocca. C’è il più piccolo del gruppo che già si atteggia da capo, ostentatamente scomposto sulla sedia, lo sguardo furbo e impertinente. C’è infine un ragazzo, il più tranquillo di tutti, che racconta di essere rimasto coinvolto in una rissa e aver visto morire il suo amico, davanti ai suoi occhi.

Ingiustizia è il concetto che emerge più spesso dalla discussione in cerchio. Ed è comprensibile. Se la percepisce il direttore stesso, i ragazzi la vivono sulla loro pelle.

Il senso di ingiustizia, da solo, può portare a una ribellione cieca contro il sistema, a una rabbia difficilmente controllabile. L’esperienza di isolamento in carcere fossilizza questi pensieri, rendendoli tossici e totalizzanti: non è un caso che la radicalizzazione religiosa avvenga spesso in ambiente carcerario. La sfida dei formatori durante il percorso è dunque quella di far prendere atto di questo senso di ingiustizia e trasformare la rabbia e l’impotenza in qualcosa di costruttivo.

Il cambio di mentalità è la vera sfida, per questi ragazzi. Parlano con convinzione di rispetto dell’altro, di rispetto dei diritti umani, di “trovare il giusto mezzo”, ma per questo c'è bisogno anche di mezzi economici e un'adeguata istruzione.

Progettomondo.mlal, nel suo piccolo, cerca di dare risposte anche in quest’ambito. L’organizzazione è infatti da anni impegnata nella creazione di cooperative sociali per soggetti vulnerabili, migranti subsahariani o migranti di ritorno a cui seguiranno presto anche quelli di reinserimento socio-economico per i detenuti.

Se una goccia è un ragazzino in più che non torna a spacciare o a rubare una volta uscito dal carcere, se un’altra è un giovane subsahariano in più che decide di restare in Marocco per creare una cooperativa, se un’altra ancora è l’emancipazione di una donna che esce dalla condizione di analfabetismo, allora non sono certo gocce sprecate.

Riconoscere questo significa dare fiducia a un modello di aiuto allo sviluppo che non guarda ai grandi numeri ma alle persone, ai loro diritti fondamentali e alla connessione tra i loro problemi e i nostri, sull’altra sponda del Mediterraneo.

Anna Galvagno
casco bianco Progettomondo.mlal