Honduras, i diritti oltre il conflitto fra bande

Honduras, i diritti oltre il conflitto fra bande

Negli scorsi giorni ha fatto notizia e scalpore un tragico evento accaduto nel Carcere di Moroceli in Honduras, nell’ambito di una rivolta dentro il Centro Penitenziario.
Le tensioni, che hanno portato 3 morti e 26 feriti, sono state generate dallo scontro tra due maras (bande), detenute in due diverse aree della struttura. Hanno usato armi bianche, da fuoco e frammentanti come le granate.
La notizia riportata sui principali mezzi di informazione locali si è rapidamente diffusa nel mondo, senza probabilmente riuscire a trasmettere cosa stia accadendo al sistema penitenziario hondureño ormai da quasi due anni.
La politica di mano dura per il controllo e la sicurezza messa in campo dalle istituzioni ha comportato una crisi penitenziaria, con risultati mediocri sulla sicurezza sociale e un significativo aumento dei detenuti dei quali quasi il 55% in attesa di giudizio.
Tra le soluzioni scelte c’è stata quella di puntare sui sistemi di massima sicurezza tralasciando l’ammodernamento delle strutture esistenti. Attualmente i centri penali sono sovraffollati (154%) e non vengono rispettate le condizioni minime corrispondenti alle cosiddette Regole di Nelson Mandela per il trattamento delle persone detenute.
Nei centri di massima sicurezza la situazione non è migliore. L’aver sacrificato i diritti non ha comportato una maggiore sicurezza e ci sono stati stragi e omicidi estremamente preoccupanti.
Per affrontare questa ulteriore crisi, nel dicembre 2019, con un decreto di emergenza, il governo ha sospeso le autorità civili dell’istituto penitenziario nazionale passando il controllo dei centri penali, inizialmente per soli sei mesi, a istituzioni militari.
Il mandato, che avrebbe dovuto durare fino a maggio del 2020 è stato confermato con un secondo decreto che lo ha esteso fino a dicembre.
Nel mentre le condizioni delle persone private di libertà non sono affatto migliorate. Da novembre 2019 ci sono state 60 morti nelle carceri. La più impattante è quella di Keyla Martinez, una infermiera reclusa per aver violato il coprifuoco imposto a causa della pandemia e dichiarata suicida durante la notte. È stata poi confermata la responsabilità di due custodia.
Qualche settimana fa è arrivata la notizia dell’avvio di un processo di investigazione nei confronti del direttore del Centro Penale di Tamara, accusato di tortura. È stata infatti confermata l’esistenza di una stanza del “castigo”.

Progettomondo lavora in Honduras proprio per il rafforzamento del Meccanismo Nazionale di Prevenzione della Tortura CONAPREV e per quello delle organizzazioni della società civile che integrano le coalizioni per i diritti umani delle persone private di libertà. Sosteniamo le associazioni di famigliari di detenuti a causa di conflitti ambientali e territoriali e promuoviamo la riparazione del danno. Siamo impegnati nel sostegno ai processi di riforma del Sistema di Giustizia Giovanile e sosteniamo processi di riabilitazione e reinserimento sociale ed educativo.
Crediamo nella Giustizia Restaurativa, approccio su cui si basano i programmi pilota e i servizi per la riabilitazione, l’esecuzione delle misure cautelari in libertà assistita e in semilibertà. Crediamo fermamente che per prevenire e contrastare la violenza non si possa escludere la promozione dei diritti, della dignità e delle opportunità degli esseri umani tanto in libertà e, a maggior ragione, se privati di essa e sotto la tutela dello Stato.

Francescopaolo Marolla
Progettomondo Honduras