Elezioni in Perù: una storia fuori dalla storia

Elezioni in Perù: una storia fuori dalla storia

Meraviglioso Perù, sempre in bilico tra il passato precolombiano e il presente dei conquistatori, tra la colonia e la repubblica, tra la modernizzazione e la reazione, tra la guerra popolare e la dittatura, tra l’iperinflazione e il terrorismo, tra il neoliberalismo e la resistenza.
Sono passati duecento anni dalla nascita della Repubblica nel 1821 – in cui la promessa di una liberazione da schiavitù e oppressione si è tradotta in cambi di padroni e nuove frustrazioni per indigeni e contadini – e ci troviamo in un Paese che, dopo il decennio fujimorista e il decennio post-fujimorista, traccia un bilancio molto ambiguo e contradittorio, reso ancora più eclatante dall’ultimo ballottaggio, andato in scena domenica scorsa, che vede in testa Pedro Castillo, insegnante a capo di un partito di ispirazione marxista, dopo un braccio di ferro con Keiko Fujimori, figlia dell’ex leader, esponente della destra conservatrice che è già stata in custodia cautelare per 13 mesi, rinviata a giudizio lo scorso marzo, con una richiesta del pubblico ministero di 30 anni di reclusione per essere a capo di un’associazione a delinquere e riciclaggio.
Keiko ha fatto il suo terzo tentativo, prima con Humala nel 2011 e poi con Kuczynski nel 2016, quando ha perso al ballottaggio in fotofinish, per pochissimi voti, dopo i sussulti contro una candidatura che rappresenta nell’immaginario oppositore autoritarismo, violazione dei diritti umani e corruzione.

Il grande male del terrorismo, della violenza cieca assassina e ingiustificabile che per 20 anni ha colpito il Paese è stato sostituito da un Moloch ancora più spietato, perché entrato in circolo in tutti le arterie della società, ossia la corruzione.
Un Male che divora ingenti quantità di soldi, che inquina relazioni sociali e umane, e soprattutto rende insostenibili le istituzioni democratiche.
Alberto Fujimori è stato il picconatore andino, che ha smantellato i partiti politici creando l’illusione che la democrazia possa funzionare senza intermediazione. Questa valanga di anti-politica alimenta e riproduce la corruzione stessa, in un perverso meccanismo. Testimonianza ne è il fatto che degli ultimi presidenti eletti democraticamente – Fujimori, Toledo, Garcia, Humala, Kuczynski – tutti sono in carcere (Fujimori) o in attesa di giudizio e agli arresti domiciliari ma già detenuti (Humala, Kuczynski) o con richiesta di estradizione (Toledo) o suicidi perché scoperti con le mani nel sacco (Garcia).

urne perù maggio 2021

Detto questo, troviamo una costante nella mappa elettorale dal 2000 in avanti, e cioè la rappresentazione visibile della scissione del Paese: Lima e le città della costa che votano principalmente a destra o a favore delle opzioni di sostegno all’attuale modello economico, alla luce dei risultati macroeconomici. E il resto del Perù, le regioni andine e amazzoniche, le zone rurali, che votano esattamente contro questo modello economico. Quindi, al di là della tradizionale destra-sinistra, in assoluta assenza di partiti politici, ma legata a candidature molto individuali, le elezioni rappresentano un voto a favore o contro questo modello economico.
Le elezioni del 2021 sono arrivate alla fine di una legislatura con quattro presidenti della Repubblica, Kuczynski eletto nel 2016 e destituito per corruzione nel 2018, Vizcarra subentratogli e poi destituito per presunta corruzione nel 2020, Merino autore di un golpe bianco durato in carica 15 giorni e dimessosi, e Sagasti subentrato e ora in carica, in piena pandemia Covid, responsabile di incalcolabili danni sanitari, economici e sociali. Dei 18 candidati sono arrivati al ballottaggio con pochi voti Castillo, l’outsider professore di scuola pubblica della zona rurale di Cajamarca, fino a 10 giorni prima delle elezioni assolutamente fuori dai radar dei sondaggi, e Keiko Fujimori. Tra tutti e due sommavano poco più del 32%.
È al ballottaggio, che per legge si realizza due mesi dopo il primo turno, che è emersa una realtà assolutamente sproporzionata, in cui si è ulteriormente acutizzata l’alternativa tra comunismo/terrorismo e libertà/democrazia.
La parte della società che in questi anni ha cavalcato il successo, si è arricchita o ha migliorato il proprio “status” grazie al modello economico basato essenzialmente su un modello estrattivista di minerali e agro-esportazione, che crea tanta valuta ma poco lavoro, ha realizzato un’offensiva a tutti i livelli, utilizzando appunto la semplificazione del comunismo/terrorismo, spaventando e terrorizzando tutti su un possibile scellerato governo di Castillo, richiamando al disastro del Venezuela, alla Cuba comunista, e quindi al precipizio economico e sociale. Una campagna martellante fatta con tanti soldi e il contributo dei media, ha ridotto un margine che fino a due settimane prima viaggiava intorno al 20% di differenza a sfavore di Keiko.
A quelli territoriali si aggiungono abissi sociali, se non di classe. Classismo e razzismo, rifiuto non solo di un’ideologia poco chiara e nebulosa dell’improvvisato Castillo, ma anche e soprattutto di ciò che lui rappresenta: il maestro di provincia, povero, umile, che vuole fare rappresentare e portare al governo i “falliti” del Perù, quelli “senza educazione”, “senza cultura”, che “non ce l’hanno fatta” e che per “invidia sociale” vogliono sovvertire l’ordine costituito e la democrazia.
Eppure la spaccatura si è allargata, perché le tradizionali regioni anti-sistema hanno ribadito in maniera anche più convinta il voto per Castillo, con cifre superiori all’80% in diverse province andine e amazzoniche e nelle zone rurali.

Il Perù storicamente non ha mai vissuto un momento di catarsi collettiva, troppe le frustrazioni, incommensurabili le disuguaglianze, infinite le speranze infrante, per cui per molti forse il modello neoliberale rappresenta una comoda e certa stabilità. Non importa se ingiusta. L’assuefazione all’ingiustizia e la naturalità della disuguaglianza sono così “normalizzate” che non fanno effetto di fronte a chiare regole del gioco. Se ce la faccio sarà merito mio, se non ce la faccio sarà colpa mia, tutto dipende da me. Il resto è pura demagogia.
Ma chi ragiona in questo modo, in particolare i gruppi di potere economico, sa bene che questa situazione è una pentola a pressione, un fuoco sotto la cenere. Una tale disparità non può essere tollerata a lungo. Il Perù non può più rimandare profonde riforme sociali ed economiche, altrimenti i cocci saranno sempre più frammentati e impossibili da rimettere insieme. Il rischio è di cadere in una distopia dagli scenari davvero disastrosi.

Mario Mancini
Presidente Progettomondo