Civilisti dimezzati

Civilisti dimezzati

La mattina del 14 agosto era un sabato freddo e grigio, uno dei tanti che, innumerevoli, si susseguono nella Lima avvolta dall’inverno dell’emisfero australe. Eravamo atterrati nella capitale peruviana quattro giorni prima e lo scombussolamento dato dalla combinazione di jet-lag, ritmi invertiti e clima rigido iniziava finalmente a diradarsi, regalandoci per la prima volta una notte di sonno pienamente restauratore. Aprivamo gli occhi sereni quindi, pronti a inaugurare il nostro primo fine settimana da civilisti oltreoceano nel pieno dell’entusiasmo e delle energie.

E’ bastato prendere in mano i nostri telefoni, tuttavia, perché le ultime e confuse notizie che giungevano dall’Italia smorzassero prepotentemente il nostro stato d’animo. Sui canali social dedicati al Servizio Civile centinaia di messaggi allarmati parlavano di un repentino blocco delle partenze per l’estero, di viaggi per i paesi del sud del mondo annullati all’ultimo momento, e la fame di informazioni a proposito si traduceva nel panico esploso tra i nostri colleghi nelle stesse ore in cui noi, dall’altro capo del mondo, dormivamo. Una rapida occhiata al sito del Dipartimento per il Servizio Civile, a cui quasi tutti i messaggi facevano riferimento, contribuiva poi ad aggiungere dubbi e congetture su quanto stesse accadendo.

Nella sezione notizie poche righe, lapidarie, parlavano di “criticità su situazioni di rischio paese”, e anticipavano una lista di paesi verso i quali le ONG che promuovono il Servizio Civile erano invitate a sospendere le partenze. Tale sospensione, secondo le parole del Dipartimento, veniva giustificata dalla presenza di condizioni non ottimali per lo svolgimento del Servizio Civile “in ragione dell’emergenza sanitaria globale, del contesto securitario o di entrambi i fattori”. Campeggiavano quindi i nomi dei paesi bloccati, elencati in ordine sparso: Bielorussia, Madagascar, Bolivia, Cile… E finalmente, lo stesso Perù in cui ci trovavamo da meno di una settimana.

Nel leggere quelle poche righe, ma soprattutto quel nome scritto nero su bianco, ci ha assaliti lo stesso brivido che ai nostri colleghi in patria era toccato nelle ore precedenti, in forza delle sette ore di fuso orario che ci separano. E, proprio come nel loro caso, una raffica di domande cominciava a susseguirsi nella nostra testa e a monopolizzare i nostri discorsi. Quali sono stati i criteri alla base di questa sospensione? Cosa significa concretamente quel ‘‘si invita’’? Come mai una simile comunicazione viene data solo adesso? Quali ricadute avrà su di noi che siamo già qui? A tal proposito, il Dipartimento si limitava a chiedere che i nostri nomi gli fossero resi noti, senza parlare di eventuale rimpatrio. Bene, quindi, potevamo prendere atto di trovarci dal lato fortunato della barricata. Fino a quando però? E con quale carico di incertezza sul lavoro che stavamo facendo, nonché sui piani che avevamo fatto per l’anno in corso e che, da quel momento, si trovavano appesi a un filo?

Infine, alla pari dei nostri colleghi bloccati in Italia, è arrivato il momento della rabbia e dell’indignazione verso una simile decisione, a nostro avviso, inappropriata nel metodo e nel merito. Perché l’emergenza sanitaria cui il Dipartimento parlava, e con cui vagamente giustificava la sua decisione, è la stessa che da oltre un anno ci coinvolge e con la quale abbiamo imparato, nostro malgrado, a convivere. La stessa, ancora, per la quale avevamo tutti ricevuto il vaccino anti-Covid e un’assicurazione sanitaria appositamente designata, a proteggerci dalla malattia ancor più di quanto già facesse la nostra fascia d’età. La stessa, infine, che a Lima e nel Perù intero non aveva registrato sbalzi significativi negli ultimi mesi; e che anzi, complici una capillare campagna vaccinale e delle stringenti misure preventive (sbalorditive anche ai nostri occhi per la loro completezza e severità), procedeva verso una mitigazione progressiva e tutt’ora in corso.

(….)

Nell’attesa che tempi e modi della burocrazia possano allinearsi a quelli della vita vera, non ci resta che confidare che il Servizio Civile in cui tanto abbiamo investito possa ricambiarci allo stesso modo, garantendo a noi e ai nostri colleghi in Italia la sicurezza di cui più abbiamo urgenza: quella data dalla certezza delle decisioni, dalla trasparenza delle autorità e, soprattutto, dalla fiducia che in noi viene risposta. Sugli altri fronti, almeno in Perù, per il momento non ci sono problemi.

Gianluca Amadei, Chiarantonina Poma e Gabriel De Paris,

Caschi Bianchi Progettomondo a Lima, Perù

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