3 ottobre, il giorno del ricordo

3 ottobre, il giorno del ricordo

368 persone sono annegate vedendo terra, la “nostra” terra.
Vicina quanto basta per illudersi di avercela fatta, ma lontana a sufficienza da morire senza averla mai toccata.

368 madri, padri, figli, fratelli, sorelle, amici, vicini di casa, bambini e bambine. Donne, uomini e giovani.
I sopravvissuti tornano sull’isola a ogni anniversario, per ricordare.
Un padre dice che per lui essere qui significa «poter salutare i suoi figli, una volta l’anno». Loro sono qui.
Una madre piange. Lei e la sua famiglia fuggivano dalla guerra in Siria. «Scappavamo dalla morte, abbiamo trovato la morte». Suo figlio è qui.
«A Lampedusa sono morto» mormora un giovane uomo. «A Lampedusa sono nato una seconda volta». Il ragazzo che era prima di partire è rimasto qui, in fondo al mare, insieme agli altri 368 passeggeri.

L’uomo che li ha trovati dice: «Sentendo le grida in lontananza pensavo fossero i gabbiani».
Quando sono arrivati sul luogo del naufragio, lui e i suoi compagni hanno trovato più di duecento persone ancora in mare, impregnate di gasolio. Hanno lanciato l’allarme.

C’era un solo posto sulla loro barca, hanno fatto spazio a cinque persone.

Come si scelgono cinque persone fra duecento che stanno morendo?
L’uomo racconta che il primo che riuscì ad avvicinare gli scivolava tra le mani per il gasolio di cui era ricoperto.
Erano in acqua già da due ore, ma non erano più i 500 che avevano iniziato il viaggio. Due navi erano già passate, illuminando la barca in avaria e avevano proseguito promettendo che sarebbero tornate.
«Pensavano di recuperarli la mattina successiva». Ma li hanno lasciati soli, per ore.
Nel frattempo è divampato un incendio a bordo. Per paura e per scappare alle fiamme alcuni si sono buttati in mare, gli altri sono corsi sul lato opposto dell’imbarcazione. La nave si è rovesciata, sono finiti tutti fra le onde.

368 persone non ci sono più. Una manciata di sopravvissuti vive ancora con il trauma della tragedia, delle violenze, di un viaggio durato anni per fuggire a un’esistenza priva di futuro. Ci sono ancora anche i pescatori, davanti a scelte impossibili, e una comunità lasciata sola di fronte al mare.

Lampedusa, la porta d’Europa. Il peso delle disuguaglianze globali sulla pelle intrisa di gasolio e negli occhi di un pescatore.

Tutto questo, ciascuna delle scelte impossibili che hanno portato quelle persone verso un destino che si sarebbe potuto e dovuto evitare, ci obbliga a una riflessione. Le strette di mano tra un’anima in viaggio e un pescatore, la scelta di partire, di attraversare paesi, deserti e mari in balia dei trafficanti. La scelta tra restare su una nave in fiamme o buttarsi in mare senza saper nuotare. La scelta di andare a vedere se davvero sono gabbiani, la scelta di tirare dritto e rimandare un salvataggio al giorno successivo. La scelta di avvicinarsi, la scelta di tornare, la scelta di ricordare.

Tutte queste scelte impossibili, decisioni che possono cambiare per sempre il corso di una vita, di molte vite, potevano essere evitate, perché le situazioni che le hanno rese necessarie dovevano essere evitate. E allora forse è arrivato il momento che l'Europa e l'Italia facciano anch'esse delle scelte coraggiose: scelte umane per politiche migratorie che siano centrate sulle persone, sui loro diritti, sulle loro necessità e aspirazioni e su un'idea di società globalmente sostenibile; scelte lungimiranti che puntino sulla cooperazione allo sviluppo per rendere la scelta di partire o tornare libera, sicura e dignitosa; scelte realistiche che puntino sul riconoscimento e l’integrazione di tutti quei “nuovi cittadini” che sono risorse da valorizzare.

Di questo, di flussi, di Europa, di sviluppo sostenibile, di interconnessioni e di molto altro abbiamo parlato con gli oltre quaranta ragazzi che da tutto il continente si sono trovati a Lampedusa grazie al progetto Start the Change! per  vivere, con i nostri partner marocchini, un’esperienza di commemorazione collettiva e riflettere su ciò che accade nel Mediterraneo e sulle sue sponde. Una settimana dedicata al confronto sul ruolo che i giovani possono avere nella richiesta di politiche e dinamiche dal basso basate sul riconoscimento dei diritti umani e della dignità della persona, che si è conclusa con la stesura della “Carta di Lampedusa”, un documento costruito collettivamente per porre le basi per le azioni di cittadinanza attiva che verranno realizzate in coordinamento quest’anno in 11 paesi dell’Unione Europea, da più di 140 gruppi di giovani attivisti.

Valeria Melegari
Ufficio Educazione Progettomondo.mlal